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Analisi

A 73 anni il corpo come scelta: il caso Caroline Vee e la libertà che disturba

A 73 anni il corpo come scelta: il caso Caroline Vee e la libertà che disturba

C'è qualcosa che mette profondamente a disagio nel racconto di Caroline Vee, donna britannica di 73 anni che, dopo quaranta anni di "nubilato" motivato da convinzioni religiose, ha deciso di diventare escort nella terza età. Non è il sesso a pagamento, non è l'età, non è neppure la religione. È il fatto che la sua storia sfugga a tutte le categorie rassicuranti con cui siamo abituati a ordinare le biografie femminili. Caroline non è una vittima da compatire né un'eroina da santificare. È una donna che ha fatto una scelta tardiva, consapevole,  e soprattutto disturbante per l'ordine simbolico. Per decenni, racconta, il suo rapporto con il corpo è stato governato da una morale sessuale rigida, figlia di un'educazione cristiana interiorizzata fino al punto da diventare autocensura. Niente rapporti, niente intimità, niente desiderio agito. Una vita di controllo, disciplina, rinuncia. Non per costruzione esterna, ma per convinzione. Questo dettaglio è cruciale: Caroline non "subiva" la sua castità,  la praticava. E proprio qui nasce il corto circuito. Perché quando una donna decide liberamente di rinunciare al sesso, la società è pronta ad applaudire la sua "virtù"; quando decide liberamente di abbracciarlo, soprattutto in tarda età, il giudizio si fa feroce. La svolta arriva oltre i sessanta anni. Non come ribellione adolescenziale fuori tempo, ma come atto di revisione esistenziale. Caroline guarda la propria vita e decide che no, non è finita. Decide di guadagnare con il proprio corpo, di sperimentare l'intimità che si era negata, o gli era stata negata, per decenni. Lo fa dice per sentire di essere finalmente padrona delle proprie decisioni. 

Ed è qui che la storia diventa politica, anche se Caroline non usa questo linguaggio. Una donna anziana che rivendica desiderio, piacere e potere decisionale sul proprio corpo infrange almeno tre tabù contemporaneamente: quello dell'invecchiamento, quello sulla sessualità femminile e quello sul lavoro sessuale. Tre frontiere che, prese singolarmente,  generano già disagio, insieme producono scandalo. La cultura dominante accetta a fatica l'idea che una donna possa essere desiderante dopo una certa età. L'anziana, nel nostro immaginario, è  nonna, custode, figura asessuata. Se prova desiderio, è patetica, se lo mette in pratica è  ridicola o riprovevole. Caroline Vee, invece, si sottrae a questa narrazione: non chiede indulgenza, non si traveste da accezione romantica. Rivendica normalità. E proprio questo è intollerabile. 

C'è poi il tema scivoloso, del lavoro sessuale. Caroline non lo racconta come sfruttamento, né come dannazione, né redenzione.  Lo racconta come lavoro e come esperienza. Una scelta che le permette di guadagnare, ma anche di rinegoziare il rapporto con il corpo, con il piacere, con l'altro. È una posizione che manda in crisi sia i moralismi conservatori sia alcune semplificazioni progressiste, perché rifiuta la dicotomia facile tra "liberazione"  e "oppressione". Non c'è messaggio edificante, e non c'è una richiesta di assoluzione. Naturalmente le critiche non mancano. Caroline le anticipa e le respinge: non permetterà, dice, che la fermino. Qui emerge un altro nervo scoperto: l'idea che una donna, soprattutto anziana, debba rendere conto delle proprie scelte a una comunità morale. Come se l'età comportasse un dovere di moderazione, di esempio, di rinuncia definitiva al rischio. Come se il corpo femminile,  una volta superata una certa soglia, non appartenesse più a chi lo abita ma al decoro collettivo. 

La storia di Caroline Vee non chiede di essere imitata. Chiede di essere pensata. Ci costringe a interrogarci su quanto crediamo nella libertà individuale quando questa libertà prende forme che non ci piacciono. Ci mette davanti a una domanda scomoda: siamo pronti ad accettare che una donna possa cambiare idea sul senso della propria vita a settanta anni, senza chiedere permesso,  senza giustificarsi, senza pagare pegno simbolico? Il punto non è se Caroline abbia ragione o torto, ma che il suo racconto incrina una narrazione rassicurante: quella secondo cui le scelte sono valide solo se prese al momento giusto, entro confini socialmente approvati. Caroline arriva tardi, sbaglia secondo alcuni, esagera secondo altri. Ma vive, decide, si espone. E in una società che tollera sempre meno le deviazioni non spettacolari, quelle che non si prestano a slogan, questo è un atto radicale. Alla fine,  ciò che davvero disturba non è il sesso, né l'età, né il denaro. È l'idea che una donna possa guardare indietro, riconoscere una rinuncia come tale, e scegliere di non farne una prigione fino alla morte. È l'idea che non esiste un'età giusta per smettere di rinegoziare se stessi. Ed è questo, più di ogni altra cosa, che rende la storia di Caroline Vee così difficile da digerire.

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