IL MATTINO
Televisione
10.03.2026 - 07:45
Ci sono verità che non si trovano nelle sentenze, ma sedimentano tra la polvere dei fascicoli e il marmo freddo dei corridoi giudiziari. L'arrivo di Guerrieri su Rai 1, già nei cataloghi Raiplay, non è dunque un semplice evento televisivo, ma un corpo a corpo necessario tra la parola densa di Gianrico Carofiglio e un'estetica del piccolo schermo che, finalmente, smette di volere rassicurare a ogni costo. Non siamo di fronte alla consueta trasposizione di carta in pixel, ma di fronte a un' operazione di scavo che tenta di spiegare le radici storiche e sociali del male con una severità analitica che raramente trova asilo nel prime time, grazie anche alla partecipata presenza di Alessandro Gassmann nei panni dell'avvocato protagonista della serie.
Siamo lontani dalle luci sature e dalle certezze granitiche del legal dramma d'importazione. Qui, la Bari che fa da sfondo non è una cartolina solare, ma una scacchiera metafisica di ombre e di silenzi, dove l'avvocato Guido Guerrieri si muove con una sottrazione recitativa quasi monastica. Il racconto abita i luoghi del dubbio, quel limbo dove la giustizia cessa di essere un ideale astratto per farsi compromesso faticoso, ricamo tra omissioni e memorie fallaci.
La serie sceglie saggiamente di non inserire l'adrenalina del montaggio frenetico, preferendo il ritmo interiore della riflessione, lasciando che l'ironia, sottile, mai sguaiata, faccia da contrappunto alla durezza dei fatti. In questo scenario, la musica gioca un ruolo fondamentale: non è un semplice riempitivo emotivo, ma un tappeto di risonanze jazz e minimaliste che assecondano i passi del protagonista. È una colonna sonora che "pensa" insieme a lui, sottolineando i momenti di incertezza con note sospese, quasi a suggerire che la verità non ha mai un suono squillante, ma la grana ruvida di un sassofono solitario. Ma è soprattutto nella gestione del silenzio e dei volti che la serie compie il suo scatto di qualità. Esiste una "sceneggiatura dei respiri" che punteggia i dialoghi. Pause che non sono vuoti, ma spazi in cui lo spettatore è costretto a elaborare il peso di una testimonianza.
Gli attori, scelti con una cura che privilegia la spigolosità dei lineamenti alla perfezione estetica, diventano maschere di un'umanità dolente, capaci di reggere primi piani lunghissimi senza mai scivolare nel didascalismo. Ogni episodio diventa così una lente d'ingrandimento sulle storture della provincia italiana, dove il confine tra vittima e carnefice è spesso una linea sottile tracciata sulla sabbia. La forza della produzione risiede proprio in questa capacità di rimanere fedele allo spirito dei romanzi, mantenendo quella postura (morale) che non concede sconti. Non ci sono soluzioni facili, perché nella realtà di Guerrieri la legge è un algoritmo imperfetto gestito da uomini fallibili.
Guardare questa serie significa accettare la sfida di un'informazione narrativa che scava nelle macerie morali dei suoi protagonisti. È una visione che richiede attenzione, quasi fosse un saggio sociologico travestito da intrattenimento, dove la vera vittoria non è l'assoluzione in aula, ma la capacità di guardarsi allo specchio a fine giornata senza abbassare lo sguardo. In un panorama televisivo spesso affollato di certezze di plastica, Guerrieri ci restituisce la dignità del dubbio e la bellezza, amara ma necessaria, della ricerca della verità.
Nota tecnica sulla spazialità urbana e la psicologia dei comprimari
Sotto il profilo estetico la serie rompe con "il realismo mediterraneo" per abbracciare un'estetica nordeuropea. La direzione della fotografia lavora su una palette cromatica desaturata, dominata da blu crepuscolare e grigi cemento, che trasformano Bari in una metropoli dell'anima. L'uso frequente di lenti a focale lunga schiaccia la prospettiva isolando Guerrieri all'interno di inquadrature ampie ma soffocanti, dove l'architettura razionalista dei palazzi di giustizia diventa una metafora visiva del peso burocratico. Questa scelta visiva riverbera inevitabilmente sui personaggi secondari: i testimoni, i clienti e gli avversari non sono mai figura piene ma emergono dalle ombre con una densità quasi scultorea. La macchina da presa li coglie spesso in scorci angusti o attraverso riflessi sui vetri, suggerendo la loro parzialità: non vediamo mai l'intera persona, ma solo il frammento di verità che siamo disposti a concedere. In questo modo la spazialità urbana smette di essere uno sfondo e diventa un elemento narrativo attivo che riflette la frammentazione etica dell'intero racconto.
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