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I pensieri dell'Altrove

Noi, uomini del futuro, ci siamo persi

Quel fabbisogno di pace che tutto il mondo si augura, si va a schiantare con quell'altra parte di mondo che lo ignora. E noi, seppure dotati di mappe e di informazioni superbamente intelligenti, camminiamo in una bolla di frustrante stordimento.

Noi, uomini del futuro, ci siamo persi

Dovevamo esssere gli uomini moderni, evoluti, civili. Dovevamo essere quelli che avendo studiato una storia recente confinante con il raccapriccio, avremmo saputo ripudiare la guerra e le sue brutalità. Dovevamo praticare il dialogo, come unico manifesto politico garante della democrazia e della libertà. Dovevamo avere cura della pace. Ma non ne siamo capaci, è come se ci consegnassimo alla 'ratio' dei predatori che senza sangue e senza morte perdono la virulenza della sopraffazione. Quando da bambina mi capitava di guardare le scarpe di mio nonno, mi chiedevo perché una fosse più corta dell'altra e piu arrontondata sulla punta. Me lo chiedevo perché da piccoli si nota tutto, ogni dettaglio per gli occhi diventa una domanda e ogni interrogativo deve avere una risposta. Ma quella scarpa corta mi inquietava, sembrava una cosa venuta male, una brutta scarpa di un brutto presentimento. Mio nonno aveva le dita del piede sinistro amputate, aveva solo un tronco di piede. Lui aveva la guerra della trincea e la neve alta dei confini penetrati per sempre nel suo piede monco, aveva il souvenir perfetto per non dimenticare mai un luogo, il suo dolore, il suo odore di morte e di atrocità. La guerra, dal punto di vista dei piedi imprigionati per giorni nella neve, deve essere disperante. Non puoi scappare, muoverti, scaldarti. Sentinella di te stesso in un cunicolo stretto e gelido in un tempo di terrore e di resistenza estrema. Il bruciore delle estremità che si stanno congelando, la paura dell'incomprensibile, la paralisi. Ma in una economia spietata fra il dare e l'avere mio nonno pensò a volere avere, scelse di non lasciarsi andare, scelse la sopravvivenza. La vita. Tornare dalla guerra senza dita significò tornare a respirare come un umano che aveva conosciuto il limite e la fortuna. Una medaglia al valore militare incorniciata e onorata come si può adorare un altare, fu la sua ricompensa. Lui della guerra non ne voleva parlare, lui l'aveva subita. Ed in quel piede sacro ed eroico c'era tutto il suo disprezzo. Ma noi scordiamo le cose, la storia ci fa schifo, giochiamo a fare i Superman, a chi ce l'ha più lungo (il missile da sganciare). Quel fabbisogno di pace che tutto il mondo si augura, si va a schiantare con quell'altra parte di mondo che lo ignora. La vita, come l'amore, come la morte, si somigliano. Ad un certo punto precipitano. Scendono verso un basso che risucchia, come un famelico buco nero. Se non si conosce bene il bordo del precipizio, o se lo si sottovaluta, perdiamo l'occasione di capire che ci sta succedendo. O che cosa ci sta uccidendo. Noi, uomini della new age, dovremmo saperlo. Ma forse non ci importa più nulla di noi stessi, forse non ci vogliamo neppure più conoscere. Sopravvissuti dell'ultima ora, tiriamo a campare fra una paura che arriva sempre più vicina ed una fatica per ricordare una strada che, un pò per vendetta, un po' per perversione a volte si nasconde. E noi, seppure dotati di mappe e di informazioni superbamente intelligenti, camminiamo in una bolla di frustrante stordimento. Ci siamo persi.

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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