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La salute tra le zolle della pandemia

Oltre un secolo fa, il medico prussiano Rudolf Virchow descrisse i determinanti sociali della salute ben prima che questa espressione fosse coniata.

La salute tra le zolle della pandemia

A metà del 1800, condusse un'indagine commissionata dal governo sui focolai di tifo in Alta Slesia, una regione ricca di carbone dell'attuale Polonia. Egli documentò la fame, l'analfabetismo e la povertà tra i slesiani, come concause dell’epidemia di tifo. Quali sono oggi i determinanti della salute che hanno interessato i lavoratori della terra in relazione all’epidemia di covid-19 e quali le conseguenze?

Dedico questo articolo ai lavori “umili”, ai tanti lavoratori della terra, a quelli della filiera agro-alimentare, che hanno permesso in tutti questi mesi di lockdown di poter continuare ad avere sulle nostre tavole cibo e alimenti a sufficienza. Lavoratori che hanno pagato, così come tanti altri, il prezzo dell’epidemia.  Dedico l’articolo ai miei amici Peppe Zullo, cuoco-contadino, e Giuseppe Savino, agricoltore di Foggia. Quest’ultimo, agricoltore per scelta (ha lasciato il posto fisso per dedicarsi alla “terra”), ha fondato “VàZapp”, un movimento di giovani contadini, promotore di iniziative, tutte di successo, come quella di “contadinner”. Recentemente Giuseppe ha pubblicato un post dedicato al suo trattore, o meglio al trattore che dal padre è passato ora nelle sue mani.*

Ma torniamo al prezzo pagato dai lavoratori del settore alimentare e agricolo alla pandemia e lo facciamo in riferimento a ciò che è accaduto in California. [1]  Ebbene, nel 2020 la mortalità di questi lavoratori  è stata più alta del 40% rispetto all’anno precedente. Percentuale ben più elevata della popolazione generale dello Stato. E all'interno di questo squilibrio c'è un altro contrasto degno di essere menzionato. I lavoratori latino-americani del settore alimentare e agricolo hanno registrato un aumento dei decessi del 60% circa rispetto agli anni precedenti; l'aumento per i lavoratori “bianchi” del settore agroalimentare  è stato del 16%. Discriminazione, salari bassi, protezione del lavoro limitata e accesso inadeguato all'assistenza sanitaria, impossibilità di avere alloggi a prezzi accessibili e di ricevere un’istruzione adeguata, sono alcuni dei "determinanti sociali della salute", un concetto che esiste da almeno 150 anni, ma che ha ottenuto un’attenzione particolare durante la pandemia.

Pensa mio caro lettore che molti anni fa un medico prussiano, Rudolf Virchow, descrisse i determinanti sociali della salute molto prima che questa espressione fosse coniata. A metà del 1800, egli condusse un'indagine commissionata dal governo sui focolai di tifo in Alta Slesia, una regione ricca dell'attuale Polonia di carbone . Virchow documentò la fame, l'analfabetismo, la povertà e la tra i slesiani e concluse che la radice del problema risiedeva nel loro sfruttamento. "La plutocrazia, che attinge quantità molto grandi dalle miniere dell'Alta Slesia, non riconosceva gli abitanti dell'Alta Slesia come esseri umani, ma solo come strumenti", scrisse nel suo rapporto sull’epidemia di tifo  (“Report on the typhus epidemic in Upper Silesia”) [2] L’espressione “determinanti sociali della salute” è stata pronunciata recentemente da Anthony Fauci, immunologo e Direttore dello statunitense “National Institute of Allergy and Infectious Diseases”, per spiegare perché i neri, i latino e i nativi-americani sono stati colpiti da COVID-19 molto più dei “bianchi” negli Stati Uniti. [3]

Purtroppo, l’epidemia di covid-19 ha scoperchiato e reso evidente una situazione che covava da lungo tempo. E, come afferma l'epidemiologo Michael Marmot, direttore del “Institute of Health Equity”, University College di Londra, nonostante una mole di studi supporta l’esistenza di determinanti sociali della salute, raramente le politiche sono indirizzate per promuovere lo stato di salute di individui, di comunità o di gruppi appartenenti alle classi sociali più svantaggiate. [4] Questi pagano il prezzo più elevato, in termini di malattia e mortalità, anche in pandemia.


Note

* Giuseppe Savino. 10 anni di solitudine. Facebook, 28/04/2021 [disponibile al sito: https://www.facebook.com/giuseppesavino81/posts/10225867088814055] 10 anni di solitudine  Il mio trattore ha 90.460 ore di lavoro che corrispondono a 3.769 giorni e quindi a più di 10 anni di ore lavorate, la maggior parte da mio papà.  Lui ha 64 anni e 10 li ha passati su un trattore, in solitudine. Si perché su un trattore vecchio come il mio non c’è spazio per un’altra persona. Quando dico che gli agricoltori sono persone a cui è stato chiesto di produrre di più per stare insieme di meno penso di affermare una cosa vera. Oggi ne ho le prove.  Quanta solitudine si portano dentro? Eppure basterebbe orientare le politiche affinché producessero meglio, non di più, per stare soli di meno, per accogliere di più le persone che hanno bisogno di curarsi in campagna.  Questa “scoperta” mi rende triste, perché penso a quanta solitudine questo mondo si porta dentro pur di rispondere all’imperativo della produzione.  E invece occorrerebbe nutrirsi di relazione che è il più grande cibo che manca.  #pensiericontadini

Bibliografia

1 . Chen YH, Glymour MM, Catalano R, Fernandez A, Nguyen T, Kushel M, Bibbins-Domingo K. Excess Mortality in California During the Coronavirus Disease 2019 Pandemic, March to August 2020. JAMA 

2 . Virchow RC. Report on the typhus epidemic in Upper Silesia. 1848. Am J Public Health. 2006 Dec;96(12):2102-5. doi: 10.2105/ajph.96.12.2102. PMID: 17123938; PMCID: PMC1698167.

3 CBS-NEWS. Dr. Fauci on why the coronavirus is wreaking havoc on Black communities [Disponibile su: www.cbsnews.com/]

4 . Michael Marmot, Jessica Allen, Tammy Boyce, Peter Goldblatt, Joana Morrison. Marmot Review 10 Years On. [www.instituteofhealthequity.org]

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F. Michele Panunzio

F. Michele Panunzio

La prevenzione nutrizionale è la più potente medicina, ma non ama la solitudine. Ancelle le sono tutte le altre discipline mediche. Si accontenta di stare in disparte, ma in cuor suo sa di essere la padrona di casa per accogliere tutti. Non è esclusiva, né ha la puzza sotto il naso. Amo la prevenzione nutrizionale, fu amore a prima vista. Scelsi di fare il medico-igienista, ma anche di laurearmi in nutrizione umana, connubio perfetto per la mia professione. La collettività e l’individuo, il gruppo ed il singolo, i sani ed i malati, la prevenzione nutrizionale è per tutti ed è per sempre. Rispondo alle vostre domande, inviatele a: redazione@ilmattinodifoggia.it

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