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Le nuvole parlanti

Giorgio Salati: lo sceneggiatore dall'anima rock

È docente della Scuola Internazionale Comics di Milano ed ai suoi alunni insegna a stabilire un rapporto di fiducia con il disegnatore. Potrebbe essere il Macchia Nera del fumetto, non per il suo lato noir (per carità), ma per la sua capacità di essere un divertente (e gentilissimo ) e ironico scrittore dall'animo un po' dark. E poi tra i suoi amori spunta quello per i gatti....i peggiori nemici del Topo!

Giorgio Salati: lo sceneggiatore dall'anima rock

Giorgio Salati, un'anima ironica e divertente e aspetto da frontman di band hard rock. Milanese doc, dopo una nottata manzoniana decide di immergersi totalmente nel mondo del fumetto. Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università di Milano, ma il suo destino è nella scrittura, pertanto dopo aver pubblicato alcuni racconti, frequenta corsi di scrittura creativa e sceneggiatura cinematografica per poi approdare al corso di sceneggiatura per fumetti alla Scuola del Fumetto di Milano tenuto da Riccardo Secchi, in seguito al quale nel 2003 inizia a scrivere storie per Topolino. Nel 2005 viene scelto dall'Accademia Disney per seguire un master di sceneggiatura, dopodiché la sua attività per Disney si intensifica, collaborando, tra gli altri, anche con Giorgio Cavazzano. È docente della Scuola Internazionale Comics di Milano ed ai suoi alunni insegna a stabilire un rapporto di fiducia con il disegnatore. Nel gioco del se fosse, se fosse un personaggio Disney personalmente lo definirei il Macchia Nera del fumetto, non per il suo lato noir (per carità), ma per la sua capacità di essere un  divertente (e gentilissimo ) e ironico scrittore dall'animo un po' dark. E poi tra i suoi amori spunta quello per i gatti... i peggiori nemici del Topo!

Giorgio, per iniziare la domanda di rito: qual è il tuo primo ricordo legato ai fumetti?
Non ho un ricordo molto chiaro, ma sicuramente è legato a Topolino, mio fratello più grande ne era già un lettore. Praticamente sono nato seduto sui fumetti, ricordo di aver scarabocchiato il mio nome a pennarello sulla copertina di un albo quando ero molto piccolo, infatti scrissi Gorgo… per la gioia di mio fratello.

Prima di approdare alla Disney che percorso hai avuto?
I primi lavoretti li ho fatti alle medie, erano perlopiù delle parodie dei fumetti Bonelli, in quel periodo avevo una passione per testate tipo Mister No, Nathan Never, Dylan Dog, disegnavo malissimo ma adoravo i fumetti. Alle superiori mi sono appassionato alla scrittura: poesie, diari, pian piano mi accorsi che volevo fare lo scrittore. Mi iscrissi alla facoltà di Lettere a Milano, ma non rispecchiava quello che avrei voluto realizzare allora frequentai corsi di scrittura creativa, era un periodo di confusione e nel frattempo facevo lavoretti vari fino a che, in una nottata a base di birra e chiacchiere con un amico super nerd, tipo la notte rivelatrice dell’Innominato manzoniano, mi sono reso conto che sapevo di fumetti più che di qualsiasi altro medium e mi sono iscritto alla Scuola del Fumetto della mia città.

Come sei arrivato alla Disney?
All’inizio pensavo di scrivere per Mister No, poi mentre facevo la scuola Riccardo Secchi mi disse che me la cavavo bene con i dialoghi brillanti. Ho ripreso in mano i fumetti Disney e ho scoperto cosa mi sono perso negli anni ‘90. Mi è esplosa la testa e mi sono messo a scrivere soggetti per Topolino, era il 2001/2002. Il primo lavoro mi fu approvato nel 2003.
Come lavori? Collabori anche con il disegnatore?
Lo sceneggiatore corre spesso il rischio “Lost in translation”. Fino a qualche tempo su fa era la redazione di Topolino a relazionarsi quasi esclusivamente con noi e con i disegnatori, ma da quando è direttore Alex Bertani, che crede molto nella sinergia, noi autori lavoriamo più a contatto. Da parte mia cerco sempre di stabilire un rapporto di fiducia con il disegnatore, suggerisco inquadrature, ma senza pressare troppo. Come insegno ai miei alunni della Scuola Internazionale Comics di Milano, noi non siamo i soli “registi” della storia: la regia è condivisa con i disegnatori, pertanto ci dev’essere collaborazione.

Come si svolge la tua giornata lavorativa tipo?
Come quella di chiunque. Colazione, mi lavo, mi vesto e mi reco in studio, ultimamente sempre a piedi, accendo il computer e si inizia. Come in un qualsiasi lavoro ti devi dare delle regole. Un tempo lavoravo molto di notte, difficilmente ingranavo prima del pomeriggio, poi i fatti della vita mi hanno portato ad adeguare i miei ritmi a quelli delle persone “normali”. Un tempo lavoravo a casa, da ormai dieci anni invece in studio con altri colleghi, dove la regola che vige è quella del silenzio assoluto (altrimenti non riesco a concentrarmi!)

Parliamo delle storie. Non deve essere facile scrivere storie Disney, sia perché occorre tenere conto dell'età dei lettori sia perché credo non sia semplice trovare sempre il ritmo e l'ironia giusti...
La prima difficoltà per chi non ha mai lavorato per Disney è che quei personaggi e quelle strutture vanno interiorizzati. Difficilmente un autore – per quanto bravo – riuscirà a tirar fuori buone storie per Topolino se non ne è stato lettore in prima battuta. A quei personaggi gli devi voler bene come fossero tuoi amici in carne… e piume. Vale lo stesso per i disegnatori. È una chimica difficile da spiegare a parole, se non ci “sguazzi” dentro da tempo. Quello dell’età dei lettori è un discorso insidioso. Da una parte devi certamente tenere conto che tanti ragazzi stanno leggendo le tue storie, dall’altra sai che ci sono anche molti adulti. L’ideale è riuscire a produrre storie senza tempo, con più livelli di lettura, un po’ come succede nei film Pixar. Per esempio, nella mia ultima saga pubblicata, intitolata “Musicalisota”, ho cercato di esplorare la relazione tra Paperino e uno dei nipotini, un tipo di rapporto affettivo/conflittuale tra ragazzino e adulto (genitore o altra figura di riferimento) che un po’ tutti abbiamo vissuto, da una parte o dall’altra.

Quali sono gli autori a cui ti senti più legato?
Carl Barks soprattutto, poi Alan Moore che è quello che ha portato all’apice la scrittura per i fumetti, poi Goscinny, Watterson…

C'è un personaggio Disney che preferisci e uno che secondo te ti assomiglia?
Sono passato attraverso diversi “innamoramenti”. In principio era Paperino, con cui mi identificavo, poi ho cominciato ad appassionarmi a Topolino col suo incrollabile senso dell’amicizia, poi Paperone per la possibilità di oscillare tra sarcasmo e sentimentalismo… in ognuno di loro posso trovare qualcosa di me stesso: sono personaggi “archetipici”. Per un periodo ho avuto la fissa per Paperinik, in cui trovavo la mia doppia “identità” (quella “pubblica” di sceneggiatore e quella privata del solito pantofolaio). Poi mi sono immedesimato in Archimede, le cui invenzioni sono prodotto in egual misura di strumenti “tecnici” (nel mio caso saper strutturare una sceneggiatura) e della fantasia più sfrenata. Ho adorato anche Battista, in cui trovavo la possibilità di raccontare Paperone da un punto di vista inedito, ma anche quella di risolvere narrazioni con espedienti più “eleganti” rispetto ad altri personaggi. Adoro moltissimo sia Paperoga che Pippo, che è per me il vero filosofo della compagnia. Sono molto affezionato a Qui Quo e Qua. Mi ritrovo molto anche nei cattivi, dai Bassotti a Macchia Nera… insomma, il bello di avere un cast tanto variegato è quello di utilizzarlo tutto!

Quali consigli daresti, anzi dai visto che insegni, ai giovani che intendono avvicinarsi a questo lavoro?
Passo un anno intero a dar loro consigli e glie ne do anche una volta finita la scuola, per cui sintetizzare tutto in poche parole non è possibile. Innanzitutto mi viene da dire di non pensare a quello del fumettista come a un mestiere come un altro. È un lavoro che ti esalta perché puoi esprimere quello che hai dentro, ma bisogna essere psicologicamente preparati a vedere molti “pezzi di cuore” rifiutati dagli editori. È meraviglioso perché ogni giorno è diverso dall’altro e non hai cartellini da timbrare, altresì non hai sicurezze economiche e puoi trovarti senza lavoro letteralmente da un giorno all’altro. Sono pressioni psicologiche che non tutti riescono a sostenere. In sostanza: se non ne sei tanto sicuro allora cercati qualcosa di più tranquillo. Ma se senti quella spinta bruciante, quel bisogno impellente di esprimere te stesso tramite la narrazione, quella stessa fame che avevo io quando ho iniziato, allora buttati a capofitto e dimostra a questo mondo che c’erano delle storie di cui ancora non sapevamo di aver bisogno, e che tu sei qui per portarcele!

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Alessia Paragone

Alessia Paragone

Laureata in Materie letterarie presso l'Università degli studi de L'Aquila, docente presso l'Istituto Comprensivo Santa Chiara Pascoli Altamura di Foggia, giornalista pubblicista dal 1996.Ha collaborato e scritto per numerose testate locali e nazionali specializzate nel settore fumetto. Tra le sue passioni il mondo delle nuvole parlanti e l'arte come fuga dalla normalità.

 

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