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Le nuvole parlanti

Tommaso Vitiello, un fumetto da premio sbirciando nell'alcova di Rodolfo Valentino

Tommaso Vitiello è un giovane autore napoletano con all'attivo importanti premi e collaborazioni tra cui spicca la menzione d'onore al premio Giancarlo Siani per il reportage a fumetti "Il mistero del pescatore" sull'assassinio del sindaco di Pollica.

Tommaso Vitiello, un fumetto da premio sbirciando nell'alcova di Rodolfo Valentino

Stringe un rapporto anche con la nostra Puglia, nello specifico con Castellaneta, scrivendo la sceneggiatura del libro "Sarò quello che sono", edito da Hazard, dedicato al grande mito Rodolfo Valentino.  Il racconto grafico prende spunto dalla parte meno conosciuta della biografia del divo e indaga sugli aspetti psicologici e caratteriali del Rodolfo sedicenne

Tommaso Vitiello, classe 1983, è un giovane autore napoletano con all'attivo importanti premi e collaborazioni nell'ambito fumettistico tra cui spicca la menzione d'onore al premio Giancarlo Siani indetti dal quotidiano "Il Mattino" per il reportage a fumetti "Il mistero del pescatore" sull'assassinio del sindaco di Pollica. Stringe un rapporto anche con la nostra Puglia, nello specifico con Castellaneta, scrivendo la sceneggiatura del libro "Sarò quello che sono", edito da Hazard, dedicato al grande mito Rodolfo Valentino.  Il racconto grafico prende spunto dalla parte meno conosciuta della biografia del divo e indaga sugli aspetti psicologici e caratteriali del Rodolfo sedicenne che, a breve, deciderà di partire per cercare fortuna negli Stati Uniti d'America e dovrà affrontare le scelte personali e professionali che lo porteranno a essere un mito planetario. Nel contesto della provinciale società dell'Italia d'inizio Novecento, la personalità anticonformista di Rodolfo si scontra con una società ancora legata a canoni tradizionali e rappresenta la spinta principale a intraprendere una nuova vita altrove.

Tommaso come e quando hai iniziato la tua carriera nel fumetto?

In realtà quasi per caso.  Era il 2008 ed era una calda estate agostana, non come quella che stiamo vivendo adesso, ma comunque molto molto afosa. Mi ricordo che ero steso boccheggiante su una delle panchine della facoltà di Scienze della Terra della Federico II di Napoli, facoltà che all'epoca frequentavo con scarso successo. Cercavo di racimolare quel poco coraggio che mi serviva per tornare a studiare all'interno della biblioteca, quando un'ombra mi oscurò il sole. Era un mio carissimo amico dell'epoca che con un foglio stampato malamente mi propose di partecipare al “Lucca Project Contest” di quell'anno, giusto per fare qualcosa di diverso. Io avrei scritto la storia e lui l'avrebbe disegnata. Portammo così il proposal “La Casa delle Meraviglie” che non vinse, ma arrivò in finale proprio quell'anno. Fu nel momento in cui mi trovai a Lucca, a parlare faccia a faccia con un editore che capì che volevo fare lo sceneggiatore. Ovviamente leggevo fumetti sin dalla tenera età, anzi, mi ricordo che mio padre teatralizzava le storie di “Topolino” quando ancora non sapevo distinguere le lettere, e posso dire che la mia crescita culturale sia andata di pari passo con la nona arte, ma fino a quel 2008 non avevo mai pensato di lavorare in quel mondo che mi sembrava tanto lontano e tanto meraviglioso. Potremmo dire che la noia e la voglia di rischiare mi hanno portato qui dove sono adesso.

Da piccolo eri un lettore di comics e se si, quali erano i tuoi preferiti? 

Sì, leggevo, ma leggevo molto e qualunque cosa. Credo che la maggior parte delle persone appassionate di fumetto abbiano iniziano attraverso Topolino, soprattutto se come me non avevi genitori appassionati della nona arte. Come ho già detto mio padre mi leggeva, facendo tutte le voci, le storie dei paperi e dei topi recuperate da qualsiasi volume, almanacco o rivista Disney che trovava in edicola, e forse da lì è nata la mia curiosità per il medium. Ricordo addirittura una delle prime storie che lessi da solo: era il quarto episodio della “Saga della spada di Ghiaccio”, ed ero a casa di quella che era la mia bisnonna. Visto che la visita di cortesia si sarebbe prolungata molto, mia madre per farmi stare buono e non annoiarmi, mi comprò l'ennesimo “Topolino” ed io lo divorai nel giro di un quarto d'ora, tornando alla noia dei discorsi degli adulti ma con la testa ancora tra le pagine di quel libricino. Quella stessa estate allora giravo tra le bancarelle con la mia misera paghetta alla ricerca di qualche fumetto che mi ispirasse e lì comprai il mio primo Dylan Dog usato: “I conigli rosa uccidono” che mi trasportò in un altro mondo rispetto a quello che avevo letto fino a quel momento: c'era sangue, e tanto, c'era follia e una risata amara che ti lasciava qualcosa dentro. E poi, nell'estate del '98 conobbi il fumetto che mi avrebbe fatto cambiare completamente il mio modo di fruire del medium: “Egon”, dello Shok Studio. Era qualcosa di così folle, fuori dagli schemi, così senza senso che mi spinse a capire che il mondo delle nuvole parlanti non doveva essere per forza ingabbiato come erano i fumetti della Disney e della Bonelli. Esisteva un sottostrato (o sovrastrato, dipende dai punti di vista) di produzioni che giocavano con le regole, le invertivano e le piegavano a loro piacimento. E di lì andai lentamente a recuperare tutte le pubblicazioni indipendenti dagli anni precedenti, arrivando fino a Pazienza e a “Cannibale” e tutto il gruppo guidato da Tamburini. E poi di lì iniziai a cercare, incuriosirmi: Hugo Pratt e il suo “Corto Maltese”, “Asterix e Obelix” di Goscinny e Uderzo, gli americani come gli X-Men (per cui avevo una sorta di feticismo e compravo tutto quello che veniva pubblicato in italiano) e ovviamente “Dragon Ball” di Toryama. Vedendo questa lista, effettivamente mi rendo conto di essere rimbalzato come una pallina da ping pong tra tutti i generi e gli stili che riuscivo a mettere sotto i denti.

Come crei una storia? In genere fa cosa trai ispirazione? 

Questa è la domanda da un milione di dollari, la domanda a cui tutti gli scrittori vorrebbero dare una risposta, per poter intrappolare un modo di creare che possa essere sempre lo stesso. L'ispirazione può arrivare da tutto: ci sono mille modi. Una frase, una scena, un evento, a volte anche un odore o un suono. L'idea può venire dalla lettura di un romanzo, oppure può venire dall'ascolto di una canzone. È pur vero che l'immaginazione è un muscolo che va allenato, e deve essere sempre tenuto in “tensione”.  Ci sono diversi esercizi che faccio, e che spesso assegno ai miei studenti, per provare a sviluppare quella parte di cervello che regola appunto l'immaginazione. Funzionano? Questo non lo so, ma è sicuro che a volte riesco fuori a tirare fuori qualche idea interessante. Per esempio si può provare a costruire tutta la storia di un film dal trailer o dal titolo. È ovvio che sarà completamente diversa  da quella che poi sarà il plot del film, ma lavorandoci forse avremo trovato una storia che comunque sentirà il bisogno di essere raccontata. Oppure quando c'era la possibilità di aggregarsi senza pericoli, mi piaceva spiare le discussioni delle persone che non conoscevo e estrapolarne frasi che fuori dal contesto spesso non avevano minimamente senso, e su quelle frasi costruirci storie surreali. Poi è ovvio che a quelle idee che vengono da ispirazioni o da questi e altri giochini, va messa una “struttura”, la storia va cioè adattata e deve diventare interessante, vanno aggiunti personaggi e magari levate le parti superflue e poi alla fine va trovato il “tema”, qualcosa di cui parlare. Anzi, qualcosa di cui valga la pena parlare.

Lavori molto anche nel teatro, quali sono per te le principali differenze? 

Beh, il teatro e il fumetto hanno un punto fondamentale in comune: se alle spalle non c'è un grosso editore o una grande produzione, si guadagna pochissimo. Scherzi a parte (anche se la questione economica non è molto uno scherzo), teatro e fumetto sono due media completamente diversi. Sia nel modo di raccontare le storie, sia nel modo che ha il pubblico di recepirle. Iniziamo con il dire che il fumetto è un medium “atemporale”, significa che, nonostante noi siamo abituati a leggere una pagina di fumetto come una sequenza di eventi che accadono uno dopo l'altro (e che le singole vignette rappresentino, come su di una pellicola, fotogrammi consecutivi di una stessa azione). Dobbiamo tenere in conto però che quando osserviamo una tavola di fumetto  abbiamo davanti tutto il tempo contemporaneamente, come se fossimo capaci di vedere la quarta dimensione, e questo può essere molto interessante nel metodo di fruizione del fumetto. È ovvio che deve essere pensato a monte dagli autori stessi. C'è un fumetto di Pascal Jousselin, “Imbattibile”, in Italia pubblicato da Comicon Edizioni, che fa di questo concetto dell'atemporalità (e non solo, sfruttando anche molti giochi di prospettiva) la base su cui si fonda il suo tipo di narrazione. Lo consiglio spesso a chiunque voglia capire come usare al massimo il medium fumetto. Il teatro invece ha una cosa che nessun altro medium può dare: ogni spettacolo è unico e irripetibile. Anche se uno spettacolo viene messo in scena un milione di volte è assolutamente impossibile che due repliche siano identiche, ma non solo per gesti e battute degli attori, che con grande maestria possono anche essere ripetute in maniera pedissequa, ma perché l'attore in scena porta sempre una parte della sua vita e del suo vissuto, e il vissuto cambia di giorno in giorno, cambiando l'energia e le sensazioni che quel determinato attore riesce a comunicare al pubblico. Ho visto (e ho sperimentato su me stesso) scene che la sera prima generavano flebili emozioni, trasformarsi in momenti di pianto per il pubblico nelle repliche successive, oppure momenti di ilarità che in altre repliche lasciavano freddi. Questo perché non cambia solo il pubblico ma cambia anche l'attore. E questa è una facoltà che nessun altro medium può riprodurre. Il teatro non annoia mai.

Come sono nate l'idea del libro dedicato a Rodolfo Valentino e la tua collaborazione con Parascandolo?

Tutto per merito di Gianni Miriantini, il direttore editoriale della Hazard Edizioni, che in quel periodo cercava appunto storie che avessero come filo conduttore la Puglia. Io avevo questo soggetto sulla una serata brava di Rodolfo Valentino e glielo proposi (insieme ad altri soggetti, tra cui uno su Eusapia Palladino). Gianni lo lesse e ne fu folgorato, tanto da volerlo usare come apripista per gli altri volumi della collana.  Quando scrivo, io scrivo avendo in testa un determinato stile di disegno. E per quel progetto lo stile era esattamente quello di Emanuele. Lo chiamai, gli dissi che c'era la possibilità di lavorare per la Hazard e lui accetto subito. Ovviamente all'epoca la difficoltà fu quella di riuscire a catturare le espressioni di Rodolfo Valentino, ed Emanuele ci mise un po' di tempo per cercare di tirare fuori una somiglianza che non ricadesse nel ritrattistico. E vedendo il risultato finale direi che ci è riuscito ampiamente. Ma non mi sarei aspettato di meno da un professionista del suo calibro.

Nel libro "Sarò quello che sono" il tuo Rodolfo Valentino non è ancora il super mito hollywoodiano. Da che deriva la scelta di raccontare una parte meno conosciuta del famoso attore? 

Voglio chiarire una cosa: non credo che la notte brava che ho raccontato sia mai avvenuta. Per diversi ordini di motivi, tra cui il fatto che sembra che in quegli anni Rodolfo Valentino vivesse con la famiglia a Taranto, non più a Castellaneta.  Chiarito questo, voglio spiegare il perché di questa decisione che sembra così folle. Ci sono due motivi. Il primo è perché quando scrivo le biografie mi trovo spesso ad immaginare cosa ha spinto quel personaggio a diventare chi è. Spesso pensiamo che siano eventi eclatanti e a volte gli stessi personaggi nelle proprie autobiografie raccontano di eventi giganteschi e indimenticabili che li hanno spinti a diventare quello che sono diventati. Io però non ci credo. Mi spiego meglio: gli eventi grossi sono dei catalizzatori, ma gli eventi piccoli sono quelli che piantano il seme in maniera subliminale. Perché siamo quello che siamo? Lo siamo perché in passato qualcosa è stato piantato nel nostro cuore e lentamente è cresciuto con il tempo. E per Rodolfo Valentino ho voluto immaginare quale sia stato questo piccolo evento, e costruire una storia che arrivasse a descriverlo, prima dell'evento e dopo.  Il secondo motivo è che avevo a disposizione solo quaranta pagine. Che se nella narrativa possono essere un bel po' e ti permettono con trucchi di raccontare l'intera vita di qualcuno, in un fumetto quaranta pagine sono molto, molto poche. E con un abile gioco di magia spero di essere riuscito a raccontare la vita da Castellaneta al Cinema raccogliendola in una sola notte di bagordi. 

Con la morte del bravo attore Libero De Rienzo non posso non chiederti, per associazione di idee visto che lui lo aveva interpretato magistralmente in un famoso film, del tuo libro dedicato a Giancarlo Siani. Come è nato e che tipo di accoglienza ha avuto?

Per quanto mi piacerebbe, non ho mai scritto nulla su Giancarlo Siani. Ho ricevuto una menzione speciale al premio Giancarlo Siani, indetto da Il Mattino per la storia/inchiesta sull'omicidio di Angelo Vassallo,sindaco di Pollica, avvenuto nel 2010.  Anche quello all'epoca fu una bella soddisfazione, anche perché ero praticamente un esordiente e ebbi la fortuna di lavorare fianco a fianco con dei giornalisti di inchiesta molto bravi, che mi condussero per mano. Io mettevo l'abilità fumettistica, loro quella giornalistica (decisamente superiore alla mia).

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Non nego che mi piacerebbe un seguito del libro "Sono quello che sono"... Potrebbe essere possibile?

Progetti fumettistici ce ne sono tanti, soprattutto per un freelance come me che lavora per molte case editrici contemporaneamente, ma un po' per scaramanzia, un po' perché ci sono degli NDA firmati, preferisco non parlarne. Posso dire che i progetti per il futuro più pressanti sono quelli di uscire indenni da questo brutto periodo mondiale, cosa che non è così facile come sembra. Per quanto riguarda un volume due, purtroppo la vedo molto difficile: purtroppo Gianni Miriantini, l'editore che aveva curato tutto ci ha lasciati a Dicembre dell'anno scorso. Una grande perdita per tutto il fumetto mondo italiano e non solo. Però forse, se trovo tempo, qualcosa si potrebbe pensare... non esattamente un numero due, ma qualcosa di leggermente diverso...

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Alessia Paragone

Alessia Paragone

Laureata in Materie letterarie presso l'Università degli studi de L'Aquila, docente presso l'Istituto Comprensivo Santa Chiara Pascoli Altamura di Foggia, giornalista pubblicista dal 1996.Ha collaborato e scritto per numerose testate locali e nazionali specializzate nel settore fumetto. Tra le sue passioni il mondo delle nuvole parlanti e l'arte come fuga dalla normalità.

 

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